Sport e autostima: dimostrare il proprio valore a sè e agli altri

Dividi una gara in 3 parti: corri la prima con la testa, la seconda con la tua personalità, la terza con il cuore. (Mike Fanelli)

Sin da piccoli uno dei modi per avvicinarci all’altro è il gioco interattivo, uno strumento semplice e diretto per conoscere chi abbiamo di fronte senza i soliti imbarazzi. Anche nella vita da adulti possiamo incontrare ancora questo modello di interazioni.

Quando il gioco si trasforma in sport? Quando decidiamo di dedicare maggior tempo e in maniera costante ad un’attività. Quando rinunciamo a fare altro per il nostro sport preferito.

Se manca la motivazione per iniziare uno sport, puoi leggere la guida: L’allenamento mentale migliore per iniziare un’attività fisica

Ma cosa contraddistingue il gioco di squadra dallo sport in autonomia (palestra, esercizi, andare a correre da soli, etc.)? La relazione è il tratto fondamentale, la voglia e l’interesse a mettersi in gioco con una persona diversa da sé, la voglia di conoscere nuovi volti e nuove esperienze.

Lo sport è un mezzo per superare i propri limiti in maniera sana attraverso il confronto con le capacità altrui, riconoscendo le proprie difficoltà e scalando man mano gli ostacoli, senza per questo minimizzare l’altro o distruggendo l’altrui personalità.

Competizione e competitività

La competizione è innata nell’essere umano, in quanto, come asserisce la teoria evoluzionistica di Darwin è attraverso questo aspetto che in passato l’uomo riusciva a procacciarsi del cibo.

Bisogna quindi coltivare la competizione senza trasformarla in competitività ovvero non prevaricare l’avversario, non cercare a tutti i costi di vincere senza aver dimostrato di aver raggiunto un risultato migliore.

Vincere in maniera non leale non permetterà all’individuo di sviluppare competenze, di imparare a stare nel mondo del lavoro senza calpestare i piedi agli altri.

Di contro, non bisogna lasciarsi abbattere se non si raggiunge l’obiettivo, gli sport sono tanti ed ognuno di noi ha le proprie capacità, quindi se non sappiamo giocare a calcetto magari saremo bravissimi a bowling.

Spesso la scelta dello sport è influenzata dalle aspettative del genitore, da quello che avrebbe voluto fare da piccolo e non ha potuto o da quello che attualmente gli piace fare influenzato spesso dalle possibilità economiche, di conseguenza nessuno o pochi hanno la possibilità di sperimentare una grande vastità di sport.

La propria autostima è spesso influenzata dal risultato, maggiore sarà il risultato più sarò bravo, questo perché viviamo in una società in cui è il fine che conta non il mezzo, in una società in cui non importa come tu abbia raggiunto il tuo scopo, l’importante è che abbia portato il risultato a casa.

Non che l’importante sia solo partecipare perché bisogna tenere costantemente a mente l’obiettivo, bisogna sempre esser vispi ad osservare gli altri, non bisogna lasciare mai la presa, in quanto si rischia di non impegnarsi abbastanza e di perdere la motivazione ad agire.

La personalità influenza la scelta dello sport

La propria personalità influenza molto il tipo di sport che ognuno di noi sceglie. Alle volte però è troppo comodo, bisogna sfidare i propri limiti senza però darsi delle aspettative irraggiungibili.

Esempio: se peso 100 kg non posso pretendere di diventare Big Jim nell’arco di 2 mesi anche perché non sarebbe sano per la mia salute psicofisica. Se ad esempio sono un soggetto solitario, nonostante sia “allergico” alla gente, dovrò impormi uno sport in cui per forza di cose dovrò interagire con l’altro, avrò innumerevoli difficoltà, non sarò mai il top magari, ma sarò riuscito a sbloccare la mia timidezza o chissà riscopro un talento nascosto.

Mens sana in corpore sano dicevano i latini, non bisogna trascurarsi mai o per lo meno non a lungo.

Lo sport può essere utilizzato anche come metodo di inclusione culturale, lo dimostra lo Street Soccer for Peace, uno strumento “brevettato” in Spagna con delle regole del tutto nuove del calcetto.

In questa nuova formula si gioca in maniera mista (maschi e femmine) e vengono premiati i comportamenti prosociali attraverso dei punti di fair play. Le regole vengono condivise prima della partita e ridiscusse dopo, al fine di confrontarsi su quali siano state le difficoltà incontrate e le cose che possono migliorarsi. In questa maniera non ci sarà nessuno escluso o sempre in panchina, tutti avranno un ruolo importante nella partita. Questo metodo può essere sperimentato in vari contesti: per esempio con ragazzi di culture diverse, con ragazzi svantaggiati e senza il controllo delle regole.

Miriam Cassandra, Psicoterapeuta cognitivo-interpersonale


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Psicologa Psicoterapeuta cognitivo-interpersonale Esperta in Psicodiagnostica

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